con Aristide Genovese e Ivano Paccagnella

regia Aristide Genovese

Il 15 agosto 1521, Angelo Beolco detto “Ruzante” si reca con Alvise Cornaro, suo mecenate e “datore di lavoro”, presso il Barco di Altivole, ex residenza di Caterina Cornaro (ultima regina di Cipro), per un grande ricevimento dato in occasione della visita del cardinale Marco Cornaro, vescovo di Padova dal 1517 mai fisicamente insediatosi nella diocesi patavina.

L’occasione è ghiotta per andare a reclamare la presenza del vescovo a nome di tutta la città di Padova. Ruzante non se la lascia scappare e il giorno di Ferragosto pronuncia davanti al cardinale una mirabile orazione, chiamata poi Prima Orazione, che negli anni, alla prova scenica si è rivelata un magistrale monologo teatrale.

Al porporato Ruzante descrive le bellezze del contado pavano (i possedimenti del vescovado), ne esalta la lingua e le bellezze femminili e, con iperboli ardite, richiede al cardinale (in modo alquanto rivoluzionario per l’epoca) il mutamento delle leggi canoniche che regolano la vita dei contadini. Oltre a ciò l’Oratione intendeva soprattutto proporsi come polemica contro la sterile erudizione accademica, attraverso l’uso di un linguaggio, quello dei villani, che rifaceva il verso alle pompose orazioni che qualche giorno prima le autorità padovane avevano rivolto al Cornaro stesso.

Nel cinquecentenario di questa orazione civile, Theama ripropone l’Orazione, ma con una visione moderna, quasi contemporanea, con un linguaggio addolcito rispetto alla stesura originale e con il contributo sulla scena di una voce “accademica” che in sinergia rappresentativa con l’attore sul palco, riporta una serie di precisazioni e curiosità sull’orazione, per ricontestualizzarne la forza evocatrice civile e teatrale. La prima Orazione viene integrata con estratti da i dialoghi ruzantiani, da “la lettera all’Alvarotto” e dal “prologo per le recite in Pavana” de La Betia”. I testi a corollario completano la descrizione della poetica ruzantiana e conferiscono alla produzione un carattere ora drammatico ora scanzonato, fornendo una panoramica completa sulla visione di Angelo Beolco relativamente alla vita, alla società, ai costumi, agli uomini. Un’operazione artistica che restituisce dignità al teatro ruzantiano e nello stesso tempo ne aumenta la comprensibilità senza svilirlo nell’uso della lingua, motore sublime del repertorio di uno dei drammaturghi che hanno rivoluzionato il teatro moderno.