Scano Boa

dal romanzo omonimo di Gian Antonio Cibotto
con Aristide Genovese
accompagnamento musicale Roberto Tombesi

Il Delta del Po protagonista di un reading emozionante e intenso. Un romanzo di formazione che continua ad essere un riferimento per chi vuole conoscere le radici profonde della cultura del Veneto. Un libro che parla e racconta del Delta del Po, della difficile vita dei pescatori e della caparbia sfida di un vecchio uomo che lotta contro la vita e contro sé stesso. Una sfida che la debordante umanità del protagonista rende epica anche a costo di inventare e trasformare in leggendari nemici tutti gli elementi naturali che lo circondano. La rabbia, la tenacia, la miseria, la follia, fanno da sfondo ad una vicenda ambientata in uno dei luoghi più ostili del nostro territorio divenuto oggi, invece, simbolo della conservazione della bellezza e della ricchezza della natura. Il delta del Po raccontato con una crudezza ed una sensibilità che ancora oggi ci trasportano, dopo poche righe, a vivere, come se lo stessimo facendo di persona, una sfida per la sopravvivenza.

Roberto Tombesi è uno dei protagonisti della musica etnica italiana che ha contribuito a livello internazionale a diffondere e rivitalizzare la musica di tradizione e di ispirazione veneta e nord adriatica. Etnomusicologo, insegnante, ideatore e direttore artistico di innumerevoli progetti ed eventi, nel 1981 ha fondato lo storico ensemble Calicanto uno dei gruppi musicali di punta del movimento italiano di folk-revival, con cui ha tenuto prestigiosi concerti in tutto il mondo. Tra le molteplici attività e collaborazioni ricordiamo anche quella per il cinema (La ragazza sul ponte con Vanessa Paradis, Les enfants du siecle con Juliette Binoche).


Un pacchetto di Gauloises

dalla omonima biografia di Guido Morselli, scritta da Linda Terziroli

con Aristide Genovese, Anna Zago, Piergiorgio Piccoli, Anna Farinello, Daniele Berardi, Carlo Properzi Curti, Daniela Padovan
adattamento drammaturgico Piergiorgio Piccoli
azioni fisiche Greta Bragantini e Ilaria Pravato di Iuvenis Danza, coordinate da Ester Mannato
video e musiche Fabio Ferrando
progetto scenografico e luci Franco Sinico
regia Piergiorgio Piccoli
produzione Theama Teatro

Spettacolo sulla vita di Guido Morselli, consacrato recentemente anche negli Stati Uniti d’America, in occasione della prima traduzione e pubblicazione del suo romanzo Dissipatio H.G., ‘lo scrittore dell’anno e il genio postumo che ha inventato il nostro futuro’.

Spettacolo realizzato per il progetto A casa nostra (anno 2021), nell’ambito dell’Accordo di programma Regione del Veneto e Fondazione Teatro Comunale di Vicenza, in partnership con Arteven – Circuito Multidisciplinare Regionale e Teatro Stabile del Veneto

“Una luce soffusa accoglie lo spettatore. Un delicato riverbero dentro cui la voce del poeta racconta la malinconia di un pomeriggio d’autunno, l’alzarsi della nebbia, il profilo dei monti […]

L’ allestimento mette in contatto gli snodi fondamentali della vita di Morselli con alcuni passaggi del suo romanzo, “Dissipatio H.G.”, pubblicato post mortem nel 1977. Il risultato è una sorta di macchina del tempo dentro cui le ombre chiedono udienza, vogliono raccontare la loro storia, il loro rapporto con quell’uomo ombroso, enigmatico, in grado d’inventare mondi, ma anche capace di distruggerli nel segno di una scrittura visionaria e potente. Ed ecco avanzare il fratello Mario, la sorella Luisa, il padre Giovanni, la mamma Olga, il professore di filosofia Antonio Banfi, le amiche del cuore Laura e Maria, il capitano Ferrari.

Il ritratto che ne esce è frastagliato, composito, possibilista. Morselli ama la natura, l’arte, la bellezza, ma ciò che più lo stringe nel cerchio stretto del desiderio è la scrittura, alla quale si dedica con passione bruciante per più di trent’anni. Ma nessuno pubblicherà le sue opere. Nessuno placherà il suo furore. Davanti a lui la Browning 7.65, compagna di sempre, la terribile “ragazza con l’occhio nero”. Uno sparo. Morselli se ne va così, in una notte d’estate, con i grilli impazziti e l’abbaiare lontano dei cani.

Costruito sul filo di una memoria incalzante e rapsodica, lo spettacolo sembra muoversi all’interno di una fluttuante bolla temporale. Il movimento è pulito, essenziale. Ciò che più conta sono le voci che indagano le ragioni di una mente lucida, beffarda, che a una quotidianità mediocre, a una solitudine lacerante, a un dolore soffocante, preferisce il volo, il gesto, il confronto risolutivo. 

La sobria regia di Piccoli, incuneandosi in questa assenza, in questo vuoto improvviso, alza il tiro, leviga gli accenti, chiede silenzio. Lo stesso silenzio che accompagna l’estremo congedo di un uomo che, prigioniero di un mondo ormai deserto, lascia in eredità un pacchetto di Gauloises da condividere con chi un giorno si metterà in viaggio per andare incontro a chi non ha mai smesso di aspettarlo. Meritati applausi. (Il Giornale di Vicenza)


Sommersione

drammaturgia Sandro Frizziero, Stefano Spagnolo
con Aristide Genovese
adattamento drammaturgico e messa in scena Aristide Genovese
ambiente sonoro Lorenzo Tomio
regia e montaggio video Corrado Ceron
fotografia video Alberto Bedin
consolle luci e audio Samuel Donà
assistenza tecnica SIAidee
con la partecipazione di Ester Mannato, Bianca Benetazzo e gli allievi FOR.THE – centro di formazione teatrale
produzione Theama Teatro

tratto dal romanzo omonimo di Sandro Frizziero arrivato secondo al Premio Campiello 2020

«In fondo all’Adriatico, a nord, esistono isole filiformi che separano il mare dalla laguna veneta. In una di queste esili terre Sandro Frizziero ha trovato il suo tesoro. Non un forziere di zecchini d’oro, ma qualcosa di infinitamente più prezioso per un romanziere: uno scrigno di passioni brutali e primarie, di ipocrisia, maldicenza, invidia, avidità; vale a dire, tutti i sinonimi dell’amore malinteso».
Tiziano Scarpa

Sommersione, pur presentando le caratteristiche del monologo interiore, trasforma il flusso di coscienza in una confessione “straniata”, durante la quale un vecchio pescatore fa i conti con i fantasmi della propria esistenza.

Le evocazioni sceniche di diversi personaggi si susseguono all’interno dei vari quadri, quasi a ricordare al protagonista il male che hanno subito a causa sua. Così la vicenda narrata diventa una carrellata di episodi legati da un filo conduttore rappresentato dalla “cattiveria” dell’uomo. È il male ad essere messo in risalto, un male compiuto con consapevolezza e analizzato oggi con estrema freddezza e distacco, non a chiedere pietà per gli atti compiuti, ma quasi a gridare l’ineluttabilità di quanto accaduto. Il male inevitabile, ma non rende innocente l’uomo. Tutto il passato è rinchiuso in una casa. Un luogo dove l’inferno è il ricordo, destinato a perpetrarsi all’infinito. Una sirena. La sirena che annuncia l’acqua alta, presagio di una sommersione, scandisce i tempi dell’azione.

Sandro Frizziero nato a Chioggia nel 1987, ha esordito nella narrativa con Confessione di un NEET (Fazi, 2018, finalista al Premio John Fante 2019), che ne attesta originali abilità narrative e grande capacità di disegnare profili psicologici. Tali doti sono state ampiamente confermate dai successivi Sommersione (Fazi, 2020, secondo al Premio Campiello) e Il bene che ti voglio (Mondadori, 2023).


Pandora's beauty - manuale per donne dieteticamente caste

con Anna Zago e Thierry di Vietri
testo e regia Anna Zago
musica dal vivo Thierry di Vietri

Cosa nascondono i volti delle donne? Cosa ci raccontano?
I quarantacinque muscoli facciali, a parte quelli necessari a masticare, baciare, odorare, soffiare, servono per esprimere emozioni: più articolato e complesso sarà il carattere, intendendo per carattere la nostra essenza più profonda, più individuale sarà l’espressione del volto. Ma oggi i modelli proposti ci spingono a nascondere i nostri volti, in virtù di un mito della bellezza che assecondando il volere maschile ha contagiato anche le donne.
Perchè avere vergogna di mostrare la propria età, la propria faccia? Diceva Anna Magnani al truccatore che prima del ciak stava per coprirle le rughe: “Lasciamele tutte, non me ne togliere nemmeno una. Ci ho messo una vita a farmele.”
A partire dal mito di Pandora e da quello della Mela d’oro, gli attori in scena accompagnano il pubblico tra passato e presente, tra canzoni e narrazione, tra comicità ed emozioni per scoprire come sono cambiati i nostri canoni estetici e le conseguenze che hanno avuto sul mondo femminile e maschile. Un viaggio ironico e profondo tra storia e quotidianità.


Salomè - da Oscar Wilde

da Oscar Wilde
di Piergiorgio Piccoli
con Pietro Casolo, Anastasia Faccio, Michela Imbrunito, Tatiana Vedovato
regia Piergiorgio Piccoli
allestimento scenico Igor Veljkovic
costumi Cristina Cenci
produzione Theama Teatro Lab

La luna ha un aspetto assai strano, questa sera.

Bisogna guardare solo negli specchi, perché non riflettono che maschere.

Un’ avventura onirica e sospesa, vissuta nel piccolo ma siderale spazio di un palco, in compagnia di quattro personaggi iconici e di un autore divenuto, meritatamente, leggendario. La vicenda è piena di simboli e di fantasmi, avvolta a tratti dall’oscurità e a tratti da una luce accecante, intrisa di ossessioni ataviche e amorose. Si parla di amore infatti, amore maledetto, amore incatenato, qui incarnato da giovani attori fra cui Salomè si fa portavoce del disagio di coloro che non sanno staccarsi con la mente dalla persona che credono di amare. In questo dramma moderno i personaggi sono preda di un’idea fissa che non lascia scampo, un’idea che oscura la volontà e fa andare la mente fuori controllo.

Oscar Wilde, profeticamente, mette in scena con grande anticipo una calamità del nostro secolo, lo stalking, ovvero il bisogno ossessivo e folle di interferire sulla vita di un’altra persona. Lo stalker, causa un disagio esistenziale, ruba la libertà degli altri, interferisce brutalmente nella loro esistenza, vive con solitudine e violenza il proprio amore malato e può privare gli altri della serenità o addirittura della vita (non mi vuoi, quindi ti uccido). Nel regno di Erode i personaggi si muovono secondo questa logica. Lo stesso Wilde fu artefice (ma anche vittima) di atti di stalking ante litteram, che sfociarono nelle straordinarie invettive del “De profundis” durante la prigionia che gli fu ingiustamente imposta, tra l’altro per le reciproche ingerenze scambiate con l’amante. Quella di Salomè per Giovanni, e di Erode per la stessa Salomè sono ossessioni sconvolgenti, in cui il desiderio fisico si trasforma in una pericolosa voragine che spinge i protagonisti a comportarsi in modo irrazionale e disturbante. Anche l’ossessione di carattere morale e religioso del Battista per Erodiade sfiora il delirio e la follia. Guardando questi personaggi viene immediato chiedersi quali terribili conseguenze può avere lo stalking all’interno di una coppia, di una famiglia o di una comunità. Quali sono i segnali da non ignorare e quali le strategie da attuare per combattere un rapporto malato? Nessuno è al sicuro, nessuno riesce a resistere alla tentazione di invadere lo spazio altrui, tutti seminano paura e inquietudine sul terreno delle proprie relazioni, spesso facendolo anche in modo grottesco, assurdo, patetico, risibile. La danza dei sette veli di Salomè diventa quindi una porta che si apre sul mondo impenetrabile della mente umana. Il pubblico sarà messo di fronte ai lati più oscuri delle relazioni umane, quando le persone iniziano a confondere l’amore con l’attrazione e quando si supera il limite fra desiderio e ossessione, fra passione e perversione.

Attraverso le misurate ed efficaci performance degli attori sarete accompagnati in questa storia controversa e carica di suspense, e osserverete l’evolversi di una pericolosa danza fatta di gelosia morbosa, giochi di potere e intrighi sensuali.

“Salomè” ci insegna che l’amore è un’altra cosa rispetto allo stato d’animo in cui si sente follemente coinvolta; l’amore è rispetto, confronto, comprensione, accettazione dei propri limiti; l’amore vero vuole libertà, rifiuta le catene e la violenza perché vuole solo il bene della persona amata. Ci auguriamo che questo lavoro conduca ad una attenta riflessione sulla differenza fra le relazioni sincere e sane rispetto a quelle torbide e manipolatorie.

Piergiorgio Piccoli


Il teatro è una trappola (leggere attentamente il bugiardino)

di Piergiorgio Piccoli
con Piergiorgio Piccoli e Michela Imbrunito
regia Daniela Padovan e Piergiorgio Piccoli

Un divertimento assicurato per il pubblico, questa volta alla faccia della categoria di quegli attori che spesso si pavoneggiano oltre misura. Oltre a godere nell’andare a teatro, si può riderne sonoramente di questa arte, cogliendo gli aspetti più scomodi, imbarazzanti e segreti del mestiere del teatrante. I difetti catastrofici di questi protagonisti del palcoscenico, spesso nascosti in malo modo, ci rivelano degli uomini pieni di paure, di manie e di ridicole insicurezze. Si vedrà quale grande differenza esista fra lo spessore dei personaggi e le superstizioni degli interpreti, la probabile dicotomia fra la nobile poeticità di un innamorato in scena e la grettezza del suo alter ego dietro le quinte, fra il piglio eroico del condottiero in un testo classico e l’ipocondria dell’attore che lo interpreta. Ne vedremo delle belle, anche mettendo a fuoco le azioni e alle relazioni assurde a cui gli attori sono capaci di dare vita nella vita privata, quasi peggiori delle catene di eventi scellerati che compongono la struttura delle tragedie classiche.

 

SINTESI

Nell’ora che precede l’apertura del sipario di una replica de “Il Misantropo” di Molière, un celebre attore, in un brillante scambio di battute con la sua storica assistente nel camerino prima di andare in scena, mette in campo tutte le paranoie che caratterizzano, nel bene e nel male, gli appartenenti alla sua categoria. Tra moti di narcisismo, ipocondria ed egocentrismo, la vicenda si dipana, scandita dai tempi tecnici nell’attesa dell’inizio dello spettacolo, portando alla luce i momenti di una vita reale che non è stata vissuta nella sua interezza, perché troppo spesso l’ossessione per questo lavoro risucchia relazioni, esperienze e sentimenti. Attraverso una divertentissima deformazione della realtà, il protagonista ci mostra come il suo lavoro gli abbia fatto perdere lucidità rispetto a ciò che è reale al di fuori del palcoscenico. Una pièce ironica, spassosa, ma con una punta di amarezza, che svela come la propria identità, benché mascherata da stereotipi e luoghi comuni, sia sempre fondamentale rispetto al proprio ruolo.


L'elogio del nulla

dedicato a Christian Bobin
con Piergiorgio Piccoli

I libri sulla scrivania mormorano, parlano, da qui un perdersi nelle letture e nella vita pura per trovare il nutrimento che aiuti a dare senso ai giorni. L’irrequietezza, il desiderio di conoscere, la curiosità, rivelano la consapevolezza sulla precarietà della vita. Christian Bobin vuole soffermarsi sui punti luminosi dell’esistenza e della scrittura, per attraversare, come un funambolo, l’oscurità e il vuoto.

La vita riesce a scovarci anche quando nessuno sa più dove siamo, neanche noi. Per quanto lontani ci troviamo, essa si apre sempre un varco fino a noi. Per quanto grande sia la nostra volontà di evitarla, di fuggirla, rifugiandoci in un lavoro, in un impegno, in qualcosa di assorbente, essa arriva comunque e si prende gioco di noi, della ingenuità dei nostri progetti, della sapienza dei nostri calendari. Eppure la vita ci sfugge, non ci raggiunge che in nostra assenza, nel chiarore di un pensiero indifferente ai nostri pensieri, nella purezza di uno sguardo indifferente ai nostri desideri. La vita fiorisce lontano da noi: ce ne separiamo quando andiamo nel mondo, la ritroviamo contemplando il cielo.

 

CHRISTIAN BOBIN

Scrittore e poeta francese morto il 24 novembre 2022. L’autore è noto per dare alle proprie opere un’impronta meditativa e metafisica. È molto conosciuto in Francia per la sua scrittura intensa e poetica che riconduce chi legge agli aspetti fondanti dell’esistenza.


EROINE. IL LATO FEMMINILE DEI POEMI EPICI

Lettura scenica

Voce recitante Anna Zago

Produzione Theama Teatro

Sono un esercito le donne raccontate da Omero e Virgilio.

Nella memoria greca, e poi latina, sono le donne che hanno dato vita agli uomini, alle città e ai miti più persistenti. Esse vivono spesso su un’isola, più che sulla terraferma, perché si distinguono dalle donne reali, contemporanee degli autori. Hanno tratti feroci o magici, a volte come le creature fantastiche, e anche se usano il telaio non sacrificano i lori desideri per un uomo che non hanno scelto. Le donne del mito, che sono entrate a far parte dei romanzi epici più belli dell’umanità, sono forti e vogliono scegliere, sanno amare e sanno anche soffrire e sono le vere antenate delle donne di oggi. Sono loro che hanno portato il testimone in questa lunga marcia che oggi ancora continua, perché il diritto al desiderio è una strada lunga per le donne, molto lunga.

In questi anni, in cui una certa orgogliosa barbarie è ridivenuta esperienza quotidiana, riprendere in mano i poemi epici ha un significato preciso.

Quello che i grandi poemi antichi ci mostrano non è solo la guerra, ma tutta la forza della compassione. Sono storie scritte da vincitori, ma danno voce all’umanità tutta: tra le righe di apparenti monumenti alla guerra, ritroviamo l’amore ostinato per la pace. E’ così che emerge il lato femminile dell’epica. . Sono le donne infatti a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace.; Relegate ai margini dell’azione, esse incarnano l’ipotesi ostinata e quasi clandestina di una civiltà alternativa, libera dal dovere della violenza. Le donne dei poemi e del mito sono convinte che si potrebbe vivere in un modo diverso e ci propongono una diversa visione rispetto a quella virile della battaglia, ricercano la forza delle cose e dei legami senza portarli sotto la luce accecante della morte. Ci mostrano come poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro. Elena, Circe, Didone, Andromaca, Briseide, Cassandra hanno segnato un cammino, tutto femminile, in grado di mostrare a tutti noi un’altra bellezza, fatta di luci limpide che non uccidono. Una bellezza di nodi d’amore.

Durata 60 minuti


Psicosi delle 4 e 48 - di Sarah Kane

Testo Sarah Kane
Con Anna Zago
Scena e regia Giorgio Fabbris
Aiuto Regia Lanfranco Santacaterina e Katy Knoll
Tecnica Ezio Zonta
Musica Morton Feldman

 

Sarah Kane
La drammaturga Sarah Kane, prima di lasciare volontariamente la vita a soli 28 anni, ha la forza di scrivere per il teatro, per il pubblico, per noi, le sue sensazioni, emozioni, turbamenti, passioni e angosce scaturite anche da periodi di forte depressione.
È disperata, però ha ancora un appiglio sicuro: il suo teatro, così prima di abbandonare la vita, prima di suicidarsi scrive una pièce sul “male di vivere”; ma lei vuole che il suo atto d’amore e morte ci sia comunicato attraverso il teatro, vuole che ci venga recitato perché in fondo questo rimane il suo mezzo per continuare a “vivere”.
Sarah ci ha lasciato qualche cosa di profondamente vero e vivo proprio perché in lei c’è amore assoluto, violento, pericoloso, sempre ai confini con la morte, morte che lei cerca e trova, ma che magicamente il teatro con ‘Psicosi delle 4 e 48’ vanifica, rendendo flagrante, effettiva la “vita” di Sarah Kane ogni volta che il suo dramma viene messo in scena con amore e tremore.

 

Regia
‘Psicosi delle 4 e 48’ (il titolo allude all’ora notturna che secondo le statistiche è il momento di maggiore attrazione verso il suicidio) è il dramma che conclude la breve ma fondamentale esperienza teatrale di Sarah Kane. La drammaturga conclude anche la sua vita, suicidandosi subito dopo aver terminato un’opera sconvolgente, difficile, quasi insopportabile, e nonostante ciò messa in scena in molti teatri in Europa e non solo. Ora Anna Zago, con la regia di Giorgio Fabbris, affronta questo testo, questa avventura. Sarah Kane però non ha lasciato indicazioni pratiche per la realizzazione di Psicosi delle 4 e 48; questo ha prodotto un numero spropositato di soluzioni stravaganti talvolta con accattivanti ambientazioni Pop per ottenere positivi giudizi dal pubblico …
… La mia preoccupazione è stata quella di evitare soluzioni effettistiche data l’assoluta potenza del testo, il quale prevede professionalità attoriali che in Anna Zago raggiungono eccellenti performance espressive, adoperate ora per “trasmettere” al pubblico angoscia per l’imminente “matrimonio con la morte” di Sarah Kane, insistentemente preannunciato nel testo. Anna Zago, evitando il virtuosismo stucchevole, ha rispettato l’amore che aveva Kane per il regno della parola. In uno spazio angusto ed enigmatico Anna Zago cercherà di essere una e trina: Zago, Kane e Parolacorpo. “Tutte le immagini sono interne alle parole” scrisse Sarah Kane a proposito di questo testo.


CAMERA CON CRIMINI - CON SERGIO SGRILLI

di Sam Bobrick e Ron Clark
con Sergio Sgrilli, Corinna Grandi e Aristide Genovese
regia Piergiorgio Piccoli
musiche Sergio Sgrilli e Alessandro Gallo
produzione Teatro de Gli Incamminati
in collaborazione con Theama Teatro
foto Alice Mattiolo

 

L’intera vicenda si svolge all’interno della stessa camera di un Hotel, in tre momenti nell’arco di  due anni, e vede come motore dell’azione Arlene, confusa e combattuta tra la stabile routine col marito Paolo, venditore di automobili banale e “grigio”, e la forte passione per l’amante Michele, dentista belloccio e presuntuoso. Nessuno dei tre riuscirà ad affermare con dignità la propria natura, né riuscirà a farsi amare per ciò che di autentico lo rappresenta, per cui tutti ricorreranno a gesti estremi che tenteranno invano di compiere. Questi improbabili crimini, che avranno come vittime designate in sequenza il marito, l’amante e infine la moglie, li renderanno consapevoli del labile confine tra amore ed odio e della necessaria interdipendenza del loro triangolo. Una commedia frizzante, ricca di colpi di scena e situazioni paradossali nel progressivo scambio di ruoli: da tradito a carnefice, da amante a vittima, da idolo a morituro. Il continuo susseguirsi di situazioni esilaranti e cambi di prospettiva invitano implicitamente lo spettatore a riflettere sui suoi stessi legami sentimentali. Chi di noi può sentirsi davvero sicuro della persona con cui divide i propri giorni e di conoscere la sua vera natura?

«Apriamo le porte al buonsenso, all’autocontrollo e al divertimento:  la risata  è una  cura  per tutti  i mali dell’ umanità»

Prima o poi ognuno di noi ha sentito nascere dentro di sé, almeno una volta nella vita o per una frazione di secondo, ciò che chiamiamo “istinto omicida”, ovvero il desiderio irrefrenabile di sopprimere un altro essere umano. Qualcuno si è addirittura divertito a premeditare, in un eccitante esercizio di fantasia, l’omicidio di una persona conosciuta: l’amico traditore, il coniuge soffocante, il parente rompiballe, il vicino di casa maleducato, il capufficio tirannico, il politico arrogante, il collega lacchè o l’automobilista deficiente. Il fenomeno si è acutizzato maggiormente durante questi ultimi tempi di convivenze forzate e segregazioni domiciliari, ma il divertimento nell’immaginare tutti i passaggi di un piano diabolico può essere utile e liberatorio per alleggerire la tensione accumulata. I moventi possono essere svariati, primi fra tutti la passione, la gelosia, il rancore, l’invidia, la collera, l’avidità, la vendetta. Purtroppo, in quest’epoca folle, qualcuno passa dal pensiero all’azione, ma questa storia non sfocia in uno degli orribili fatti di cronaca che a volte incupiscono i notiziari e i nostri cuori: qui non siamo nella realtà ma nella fantasia; qui attingiamo dalla realtà per sgretolarne gli aspetti peggiori, per ridicolizzarla, per cacciare i demoni e dare il benvenuto ai folletti. Apriamo quindi le porte al buonsenso, all’autocontrollo e al divertimento, che hanno sempre la meglio sugli impulsi distruttivi: la risata è una cura per tutti i mali dell’umanità. Camera con Crimini infatti vuole far ridere sonoramente della violenza repressa, dimostrando come la distanza tra commedia e tragedia è, il più delle volte, brevissima, e come sia più semplice, in teatro e nella vita, optare per la seconda. Basta una piccola deviazione al momento giusto e si può convertire l’ineluttabilità della catastrofe nella ridicolaggine della farsa. Ironia e buon umore sono irriducibili nemici della collera, per cui vi esortiamo a cancellare ogni rancore, almeno per la durata dello spettacolo.

SERGIO SGRILLI è autore, musicista, cantautore, comico, attore. Ha vinto premi, attraversato teatri, locali, piazze e cortili con i 5 spettacoli scritti da lui. Ha partecipato al Tenco, al programma di Cochi e Renato su Rai Due “Stiamo lavorando per noi”, ha fatto uno speciale su Canale 5 con L. Sposini e U. Galimberti ed è stato due volte alla festa del Primo Maggio a Roma. E poi ancora tv, radio e spot. Ha scritto e interpretato il brano “Canto”, sigla finale di tre edizioni di Zelig. Dal 2000 al 2006 ha partecipato a tutto ciò che è Zelig in tv e live. Torna a Zelig nel 2009. Il suo primo lavoro cantautorale, “Dieci Venti d’Amore”, viene pubblicato nel 2012.

CORINNA GRANDI attrice di inclinazione comica, un ibrido tra cabaret, stand up e poesia, approda in tv dopo un bel po’ di gavetta, fino a partecipare a Zelig nelle edizioni tv del 2012, 2013, 2021 e 2022, oltre alla partecipazione a Le Iene, sempre nel 2022, con un estratto del suo spettacolo di stand up “Io che odio solo te – and f**k you Mrs Maisel”.