Aspettando Matù (dietro le quinte)
di Dany Laurent
rielaborazione e adattamento Piergiorgio Piccoli
traduzione Mariella Fenoglio e Roberto Della Casa
con Piergiorgio Piccoli e Michela Imbrunito
regia Daniela Padovan e Piergiorgio Piccoli
produzione Theama Teatro
In camerino, prima di andare in scena, nell’ora che precede l’apertura del sipario di una replica, un celebre interprete mette in campo tutte le manie, le ridicole insicurezze e le paranoie che caratterizzano chi fa questo mestiere, dando vita a spassose situazioni in un brillante scambio di battute con la sua storica assistente.
Un divertimento assicurato per il pubblico, che potrà prendersi gioco degli attori e della maggior parte dei teatranti, mettendo a fuoco le azioni bizzarre e le relazioni assurde a cui sono soliti dare vita sia sul palco che nel privato. Il protagonista ci mostra come questo lavoro gli abbia fatto perdere lucidità ed equilibrio rispetto a ciò che sta fuori dal palcoscenico e, tra moti di narcisismo, ipocondria ed egocentrismo,
la vicenda si dipana scandita dai tempi tecnici di attesa dell’inizio dello spettacolo. Dopo l’imperversare del carattere borioso del protagonista verranno alla luce anche momenti imprevedibili di grande intimità.
Una pièce ironica, divertentissima ma con una punta di amarezza, che svela come la vera identità dell’interprete, benché mascherata da stereotipi e luoghi comuni, sia nascosta ma dominante rispetto al suo ruolo in palcoscenico, nonostante gli spassosi tentativi di camuffarla.
L'elogio del nulla
dedicato a Christian Bobin
con Piergiorgio Piccoli
I libri sulla scrivania mormorano, parlano, da qui un perdersi nelle letture e nella vita pura per trovare il nutrimento che aiuti a dare senso ai giorni. L’irrequietezza, il desiderio di conoscere, la curiosità, rivelano la consapevolezza sulla precarietà della vita. Christian Bobin vuole soffermarsi sui punti luminosi dell’esistenza e della scrittura, per attraversare, come un funambolo, l’oscurità e il vuoto.
La vita riesce a scovarci anche quando nessuno sa più dove siamo, neanche noi. Per quanto lontani ci troviamo, essa si apre sempre un varco fino a noi. Per quanto grande sia la nostra volontà di evitarla, di fuggirla, rifugiandoci in un lavoro, in un impegno, in qualcosa di assorbente, essa arriva comunque e si prende gioco di noi, della ingenuità dei nostri progetti, della sapienza dei nostri calendari. Eppure la vita ci sfugge, non ci raggiunge che in nostra assenza, nel chiarore di un pensiero indifferente ai nostri pensieri, nella purezza di uno sguardo indifferente ai nostri desideri. La vita fiorisce lontano da noi: ce ne separiamo quando andiamo nel mondo, la ritroviamo contemplando il cielo.
CHRISTIAN BOBIN
Scrittore e poeta francese morto il 24 novembre 2022. L’autore è noto per dare alle proprie opere un’impronta meditativa e metafisica. È molto conosciuto in Francia per la sua scrittura intensa e poetica che riconduce chi legge agli aspetti fondanti dell’esistenza.
EROINE. IL LATO FEMMINILE DEI POEMI EPICI
Lettura scenica
Voce recitante Anna Zago
Produzione Theama Teatro
Sono un esercito le donne raccontate da Omero e Virgilio.
Nella memoria greca, e poi latina, sono le donne che hanno dato vita agli uomini, alle città e ai miti più persistenti. Esse vivono spesso su un’isola, più che sulla terraferma, perché si distinguono dalle donne reali, contemporanee degli autori. Hanno tratti feroci o magici, a volte come le creature fantastiche, e anche se usano il telaio non sacrificano i lori desideri per un uomo che non hanno scelto. Le donne del mito, che sono entrate a far parte dei romanzi epici più belli dell’umanità, sono forti e vogliono scegliere, sanno amare e sanno anche soffrire e sono le vere antenate delle donne di oggi. Sono loro che hanno portato il testimone in questa lunga marcia che oggi ancora continua, perché il diritto al desiderio è una strada lunga per le donne, molto lunga.
In questi anni, in cui una certa orgogliosa barbarie è ridivenuta esperienza quotidiana, riprendere in mano i poemi epici ha un significato preciso.
Quello che i grandi poemi antichi ci mostrano non è solo la guerra, ma tutta la forza della compassione. Sono storie scritte da vincitori, ma danno voce all’umanità tutta: tra le righe di apparenti monumenti alla guerra, ritroviamo l’amore ostinato per la pace. E’ così che emerge il lato femminile dell’epica. . Sono le donne infatti a pronunciare, senza mediazioni, il desiderio di pace.; Relegate ai margini dell’azione, esse incarnano l’ipotesi ostinata e quasi clandestina di una civiltà alternativa, libera dal dovere della violenza. Le donne dei poemi e del mito sono convinte che si potrebbe vivere in un modo diverso e ci propongono una diversa visione rispetto a quella virile della battaglia, ricercano la forza delle cose e dei legami senza portarli sotto la luce accecante della morte. Ci mostrano come poter cambiare il proprio destino senza doversi impossessare di quello di un altro. Elena, Circe, Didone, Andromaca, Briseide, Cassandra hanno segnato un cammino, tutto femminile, in grado di mostrare a tutti noi un’altra bellezza, fatta di luci limpide che non uccidono. Una bellezza di nodi d’amore.
Durata 60 minuti
Psicosi delle 4 e 48 - di Sarah Kane
Testo Sarah Kane
Con Anna Zago
Scena e regia Giorgio Fabbris
Aiuto Regia Lanfranco Santacaterina e Katy Knoll
Tecnica Ezio Zonta
Musica Morton Feldman
Sarah Kane
La drammaturga Sarah Kane, prima di lasciare volontariamente la vita a soli 28 anni, ha la forza di scrivere per il teatro, per il pubblico, per noi, le sue sensazioni, emozioni, turbamenti, passioni e angosce scaturite anche da periodi di forte depressione.
È disperata, però ha ancora un appiglio sicuro: il suo teatro, così prima di abbandonare la vita, prima di suicidarsi scrive una pièce sul “male di vivere”; ma lei vuole che il suo atto d’amore e morte ci sia comunicato attraverso il teatro, vuole che ci venga recitato perché in fondo questo rimane il suo mezzo per continuare a “vivere”.
Sarah ci ha lasciato qualche cosa di profondamente vero e vivo proprio perché in lei c’è amore assoluto, violento, pericoloso, sempre ai confini con la morte, morte che lei cerca e trova, ma che magicamente il teatro con ‘Psicosi delle 4 e 48’ vanifica, rendendo flagrante, effettiva la “vita” di Sarah Kane ogni volta che il suo dramma viene messo in scena con amore e tremore.
Regia
‘Psicosi delle 4 e 48’ (il titolo allude all’ora notturna che secondo le statistiche è il momento di maggiore attrazione verso il suicidio) è il dramma che conclude la breve ma fondamentale esperienza teatrale di Sarah Kane. La drammaturga conclude anche la sua vita, suicidandosi subito dopo aver terminato un’opera sconvolgente, difficile, quasi insopportabile, e nonostante ciò messa in scena in molti teatri in Europa e non solo. Ora Anna Zago, con la regia di Giorgio Fabbris, affronta questo testo, questa avventura. Sarah Kane però non ha lasciato indicazioni pratiche per la realizzazione di Psicosi delle 4 e 48; questo ha prodotto un numero spropositato di soluzioni stravaganti talvolta con accattivanti ambientazioni Pop per ottenere positivi giudizi dal pubblico …
… La mia preoccupazione è stata quella di evitare soluzioni effettistiche data l’assoluta potenza del testo, il quale prevede professionalità attoriali che in Anna Zago raggiungono eccellenti performance espressive, adoperate ora per “trasmettere” al pubblico angoscia per l’imminente “matrimonio con la morte” di Sarah Kane, insistentemente preannunciato nel testo. Anna Zago, evitando il virtuosismo stucchevole, ha rispettato l’amore che aveva Kane per il regno della parola. In uno spazio angusto ed enigmatico Anna Zago cercherà di essere una e trina: Zago, Kane e Parolacorpo. “Tutte le immagini sono interne alle parole” scrisse Sarah Kane a proposito di questo testo.
CAMERA CON CRIMINI - CON SERGIO SGRILLI
di Sam Bobrick e Ron Clark
con Sergio Sgrilli, Corinna Grandi e Aristide Genovese
regia Piergiorgio Piccoli
musiche Sergio Sgrilli e Alessandro Gallo
produzione Teatro de Gli Incamminati
in collaborazione con Theama Teatro
foto Alice Mattiolo
L’intera vicenda si svolge all’interno della stessa camera di un Hotel, in tre momenti nell’arco di due anni, e vede come motore dell’azione Arlene, confusa e combattuta tra la stabile routine col marito Paolo, venditore di automobili banale e “grigio”, e la forte passione per l’amante Michele, dentista belloccio e presuntuoso. Nessuno dei tre riuscirà ad affermare con dignità la propria natura, né riuscirà a farsi amare per ciò che di autentico lo rappresenta, per cui tutti ricorreranno a gesti estremi che tenteranno invano di compiere. Questi improbabili crimini, che avranno come vittime designate in sequenza il marito, l’amante e infine la moglie, li renderanno consapevoli del labile confine tra amore ed odio e della necessaria interdipendenza del loro triangolo. Una commedia frizzante, ricca di colpi di scena e situazioni paradossali nel progressivo scambio di ruoli: da tradito a carnefice, da amante a vittima, da idolo a morituro. Il continuo susseguirsi di situazioni esilaranti e cambi di prospettiva invitano implicitamente lo spettatore a riflettere sui suoi stessi legami sentimentali. Chi di noi può sentirsi davvero sicuro della persona con cui divide i propri giorni e di conoscere la sua vera natura?
—
«Apriamo le porte al buonsenso, all’autocontrollo e al divertimento: la risata è una cura per tutti i mali dell’ umanità»
Prima o poi ognuno di noi ha sentito nascere dentro di sé, almeno una volta nella vita o per una frazione di secondo, ciò che chiamiamo “istinto omicida”, ovvero il desiderio irrefrenabile di sopprimere un altro essere umano. Qualcuno si è addirittura divertito a premeditare, in un eccitante esercizio di fantasia, l’omicidio di una persona conosciuta: l’amico traditore, il coniuge soffocante, il parente rompiballe, il vicino di casa maleducato, il capufficio tirannico, il politico arrogante, il collega lacchè o l’automobilista deficiente. Il fenomeno si è acutizzato maggiormente durante questi ultimi tempi di convivenze forzate e segregazioni domiciliari, ma il divertimento nell’immaginare tutti i passaggi di un piano diabolico può essere utile e liberatorio per alleggerire la tensione accumulata. I moventi possono essere svariati, primi fra tutti la passione, la gelosia, il rancore, l’invidia, la collera, l’avidità, la vendetta. Purtroppo, in quest’epoca folle, qualcuno passa dal pensiero all’azione, ma questa storia non sfocia in uno degli orribili fatti di cronaca che a volte incupiscono i notiziari e i nostri cuori: qui non siamo nella realtà ma nella fantasia; qui attingiamo dalla realtà per sgretolarne gli aspetti peggiori, per ridicolizzarla, per cacciare i demoni e dare il benvenuto ai folletti. Apriamo quindi le porte al buonsenso, all’autocontrollo e al divertimento, che hanno sempre la meglio sugli impulsi distruttivi: la risata è una cura per tutti i mali dell’umanità. Camera con Crimini infatti vuole far ridere sonoramente della violenza repressa, dimostrando come la distanza tra commedia e tragedia è, il più delle volte, brevissima, e come sia più semplice, in teatro e nella vita, optare per la seconda. Basta una piccola deviazione al momento giusto e si può convertire l’ineluttabilità della catastrofe nella ridicolaggine della farsa. Ironia e buon umore sono irriducibili nemici della collera, per cui vi esortiamo a cancellare ogni rancore, almeno per la durata dello spettacolo.
—
SERGIO SGRILLI è autore, musicista, cantautore, comico, attore. Ha vinto premi, attraversato teatri, locali, piazze e cortili con i 5 spettacoli scritti da lui. Ha partecipato al Tenco, al programma di Cochi e Renato su Rai Due “Stiamo lavorando per noi”, ha fatto uno speciale su Canale 5 con L. Sposini e U. Galimberti ed è stato due volte alla festa del Primo Maggio a Roma. E poi ancora tv, radio e spot. Ha scritto e interpretato il brano “Canto”, sigla finale di tre edizioni di Zelig. Dal 2000 al 2006 ha partecipato a tutto ciò che è Zelig in tv e live. Torna a Zelig nel 2009. Il suo primo lavoro cantautorale, “Dieci Venti d’Amore”, viene pubblicato nel 2012.
—
CORINNA GRANDI attrice di inclinazione comica, un ibrido tra cabaret, stand up e poesia, approda in tv dopo un bel po’ di gavetta, fino a partecipare a Zelig nelle edizioni tv del 2012, 2013, 2021, 2022 e 2023 oltre alla partecipazione a Le Iene, nel 2022, con un estratto del suo spettacolo di stand up “Io che odio solo te – and f**k you Mrs Maisel”.
LE BRONTË sorelle di brughiera
coproduzione Theama Teatro e Teatro Scientifico/Teatro Laboratorio
di e con Isabella Caserta e Anna Zago
La storia delle celebri sorelle Brontë, Charlotte, Emily ed Anne, donne controcorrente, strane, rivoluzionarie e anticonvenzionali. Morte tutte prematuramente, hanno saputo consegnare ai posteri un contributo importantissimo, non solo per la letteratura mondiale.
Il loro spirito e le loro parole hanno trovato eco anche nel secolo a seguire, ispirando sempre più giovani donne, che in loro hanno trovato un simbolo di libertà, intelligenza e di autoaffermazione.
Queste giovani sorelle cresciute tra il vento gelido della brughiera dello Yorkshire, pur vivendo come monache di clausura, sono state tutto ciò che di più trasgressivo, indecoroso e scandaloso l’Inghilterra vittoriana potesse immaginare.
Nasce così, dall’oscurità di una stanza senza candele, la forza di una scrittura che gratta il vuoto apparente e fa emergere una vita segreta, che ha il rumore di una tempesta.
PPP PIG BAND - dal porcile all'orgia di Pier Paolo Pasolini
IN COLLABORAZIONE CON LA LYDIAN SOUND ORCHESTRA
Storie non sempre amene, raccontate da tre attori, un’orchestra jazz e un corvo appollaiato su un ramo, che riflette sull’esistenza.
testi Pier Paolo Pasolini
con Anna Zago e Paolo Rozzi
e con Lydian Sound Orchestra
diretta da Riccardo Brazzale
Nelle opere di Pasolini – che qui si tributa nel centenario della nascita – sono ricorrenti temi come la diversità, la volontà di scandalo e l’opposizione all’incedere dell’omologazione del pensiero e dei costumi.
Il distacco e l’umorismo sono fondamentali, perché segnano l’unica modalità che l’autore poteva utilizzare per affrontare temi così drammatici, così come il linguaggio poetico, necessario per cristallizzare l’orrore. In un continuo intreccio fra realtà e invenzione, offriremo un catalogo dei peccatori dell’epoca di Pasolini, che poi è anche la nostra: i conformisti, i volgari, i cinici, i deboli, gli ambigui, i paurosi, gli autoritari, i sadomasochisti, i lotofagi e sì, anche gli antropofagi. Il tutto accostato alla musica jazz, che con quel suo linguaggio pieno di strappi, di assoli capaci sia di melodica persuasione che di ribollente energia, di ritmi e poliritmia in controtempo, ne rispecchia temi e simbolismo. Il tutto con un’orchestra al meglio del suo repertorio e del suo sound peculiare.
LA SCUOLA DEI MARITI E DELLE MOGLI
SPETTACOLO VINCITORE DEL PREMIO ARTEVEN PIERLUCA DONIN – 1° edizione (2025)
di Piergiorgio Piccoli
con Paolo Rozzi, Anna Farinello, Aristide Genovese, Piergiorgio Piccoli, Gilda Pegoraro, Anna Zago
regia Piergiorgio Piccoli
scenografie Franco Sinico
costumi Roberta Sattin – Sartoria ‘Il monello’
disegno luci Claudio Scuccato
foto Davide Carpenedo
produzione Theama Teatro
“La scuola dei mariti e delle mogli è una girandola in libertà tanto brillante quanto vorticosa che il copione e la regia di Piccoli mantengono su un ritmo continuo, affidandosi alla verve dei baldi interpreti. Risate e applausi a profusione per un autentico gioiellino” (Giornale di Vicenza)
“Metafora sulle convenzioni sociali, critica alle diverse ipocrisie e falsità dei personaggi, e molto altro in questi due testi di Molière rielaborati e uniti in un unico spettacolo. Molière è sempre Molière, e lo zampino di Piccoli non fa altro che aggiungere con un tocco drammaturgico personalizzato, ma sempre rispettoso dei temi di fondo, elementi completanti. Che vanno a sommarsi alla visione molto ironica dell’autore francese, leggera e intrisa di battute comiche che il regista adegua al nostro tempo: che alla fine non è certo poi tanto diverso dallo storico. Si insiste così sulle battute, e sui difetti ancor più evidenti di ogni singolo personaggio, ricavandone una messa in scena molto divertente e molto ben gradita al pubblico presente” (Sipario.it)
La storia è un meccanismo perfetto, semplice nel susseguirsi delle scene, facilmente adattabile ad un’epoca e ad un luogo indefinibili.
Aristide e Lello allevano due ragazze senza genitori nell’intento di farne le loro spose, ma solo il primo tratta la sua amata dandole fiducia e concedendole libertà, riuscendo così a conquistarne i sentimenti. L’altro, tirannicamente severo, complice anche l’ingenuità indotta con le sue restrizioni, vede invece la sua donna diventare preda di un giovane e romantico corteggiatore.
L’opera, che vive soprattutto della comicità di Lello, contrapposta alla lungimiranza di Aristide, ci offre uno spaccato di come la fragilità dell’uomo e l’incapacità di relazionarsi con l’altro sesso possono sfociare in atteggiamenti rigidi, anche violenti e, nel nostro caso, totalmente ridicoli. L’educazione sentimentale degli uomini, ma più in generale l’educazione alla relazione, è necessaria per sostenere la crescita, l’indipendenza e la solidità delle donne, pilastro portante di ogni comunità.
Lo spettacolo è tratto dai capolavori “La scuola dei mariti” e “La scuola delle mogli” di Molière, di cui il primo è in qualche modo la prova generale del secondo, peraltro insuperato per ciò che riguarda il brio dell’intreccio e la straordinaria invenzione farsesca.
Entrambe le commedie, così simili da essere considerate l’una la riscrittura dell’altra, sono geniali nel trattare in chiave comica lo scacco della volontà umana di fronte all’imponderabilità del reale, soprattutto nei sentimenti.
Le due famose commedie s’intitolano ‘Scuole’ perché vorrebbero ‘insegnare’ agli spettatori una visione di sé stessi più ironica e, di conseguenza, più sana. La produzione di Theama Teatro coglie tutti i migliori aspetti dell’intreccio delle due opere e li collega alla nostra quotidianità, ottenendo così una metafora universale delle convenzioni relazionali e sociali riferite al genere femminile e a quello maschile. Il concetto di “tradimento”, elemento costante e quasi immancabile di ogni genere di commedia in ogni epoca, qui torna nell’immagine arcaica e materica, oltre che surreale, delle “corna”, elemento visibile e imbarazzante che nessuno vorrebbe mai ostentare sul capo.
Si crea quindi un gioco teatrale che scherza, attraverso questa antica metafora, sul tema dei contrasti di coppia, mettendo in evidenza le differenze di costumi e comportamenti che connotano anche i conflitti del mondo contemporaneo.
RUZANTE! TE LO DICO
con Aristide Genovese
e con Daniele Berardi (per il progetto Goldoni 400)
regia Aristide Genovese
spettacolo selezionato per la rassegna itinerante Il Teatro Viaggiante,
nell’ambito del progetto Goldoni 400, nato per celebrare i 400 anni del Teatro Goldoni di Venezia,
promosso da Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, Circuito Multidisciplinare Regionale Arteven, Comune di Venezia e Regione del Veneto
main sponsor Intesa Sanpaolo
Il 15 agosto 1521, Angelo Beolco detto “Ruzante” si reca con Alvise Cornaro, suo mecenate e “datore di lavoro”, presso il Barco di Altivole, ex residenza di Caterina Cornaro (ultima regina di Cipro), per un grande ricevimento dato in occasione della visita del cardinale Marco Cornaro, vescovo di Padova dal 1517 mai fisicamente insediatosi nella diocesi patavina.
L’occasione è ghiotta per andare a reclamare la presenza del vescovo a nome di tutta la città di Padova. Ruzante non se la lascia scappare e il giorno di Ferragosto pronuncia davanti al cardinale una mirabile orazione, chiamata poi Prima Orazione, che negli anni, alla prova scenica si è rivelata un magistrale monologo teatrale.
Al porporato Ruzante descrive le bellezze del contado pavano (i possedimenti del vescovado), ne esalta la lingua e le bellezze femminili e, con iperboli ardite, richiede al cardinale (in modo alquanto rivoluzionario per l’epoca) il mutamento delle leggi canoniche che regolano la vita dei contadini. Oltre a ciò l’Oratione intendeva soprattutto proporsi come polemica contro la sterile erudizione accademica, attraverso l’uso di un linguaggio, quello dei villani, che rifaceva il verso alle pompose orazioni che qualche giorno prima le autorità padovane avevano rivolto al Cornaro stesso.
Nel cinquecentenario di questa orazione civile, Theama ripropone l’Orazione, ma con una visione moderna, quasi contemporanea, con un linguaggio addolcito rispetto alla stesura originale e con il contributo sulla scena di una voce “accademica” che in sinergia rappresentativa con l’attore sul palco, riporta una serie di precisazioni e curiosità sull’orazione, per ricontestualizzarne la forza evocatrice civile e teatrale. La prima Orazione viene integrata con estratti da i dialoghi ruzantiani, da “la lettera all’Alvarotto” e dal “prologo per le recite in Pavana” de La Betia”. I testi a corollario completano la descrizione della poetica ruzantiana e conferiscono alla produzione un carattere ora drammatico ora scanzonato, fornendo una panoramica completa sulla visione di Angelo Beolco relativamente alla vita, alla società, ai costumi, agli uomini. Un’operazione artistica che restituisce dignità al teatro ruzantiano e nello stesso tempo ne aumenta la comprensibilità senza svilirlo nell’uso della lingua, motore sublime del repertorio di uno dei drammaturghi che hanno rivoluzionato il teatro moderno.
IL TEATRO COMICO - CON GIULIO SCARPATI
di Carlo Goldoni
adattamento e regia Eugenio Allegri
con Giulio Scarpati
e in ordine alfabetico
Grazia Capraro, Aristide Genovese, Vassilij Mangheras, Manuela Massimi, Solimano Pontarollo, Irene Silvestri, Roberto Vandelli, Anna Zago
scene e costumi Licia Lucchese
video arte e suono Alessandro Martinello
aiuto regia Alessia Donadio
produzione PPTV e Teatro Stabile del Veneto
PPTV (associazione costituita da sei realtà produttive professionali venete: Ensemble Teatro Vicenza, Pantakin da Venezia, Tam Teatromusica, Teatro Scientifico/Teatro Laboratorio, Theama Teatro, Tib Teatro), ideatrice del progetto, ha al suo attivo l’organizzazione di “Sguardi”, Festival del Teatro Contemporaneo Veneto, che si è svolto in ogni città sede di una delle compagnie PPTV: Vicenza, Venezia, Padova, Verona, Belluno.
“Il Teatro Comico”, la prima delle 16 commedie nuove che Carlo Goldoni scrisse a partire dal 1750 per l’impresario Medebach, è un testo metateatrale (in scena una compagnia impegnata nelle prove di uno spettacolo) estremamente moderno nella sua concezione, esempio di teatro nel teatro da cui emergono gli intenti della riforma goldoniana. In un periodo critico come quello che stiamo attraversando, la scelta di questo testo invita a una riflessione sul mestiere dell’attore e sulle sue difficoltà, sul teatro e sulle sue poetiche.
I produttori teatrali professionali veneti, riuniti in PPTV sono imprese venete di produzione che da decenni svolgono un importante lavoro sul territorio. In un momento in cui molte realtà teatrali si sono fermate a causa dell’emergenza sanitaria, PPTV risponde alla grave situazione causata da Covid 19 facendo squadra per la creazione di un progetto produttivo unitario e condiviso che vede coinvolte tutte le sue strutture. Con questo progetto dal significativo titolo “6X1” PPTV intende, in un momento di grande difficoltà per il settore della produzione, tutelare il lavoro dei suoi associati costruendo un esempio di buona pratica attraverso un’esperienza che unisce non solo i singoli produttori, ma anche le loro risorse in un percorso produttivo unitario che rappresenta un unicum originale e inedito nel panorama regionale.
Ai sei produttori si aggiungono l’importante collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto che partecipa come coproduttore e il sostegno della Regione Veneto.
Note di regia
Avere oggi l’opportunità di mettere in scena “Il teatro comico” di Carlo Goldoni, significa poter approfittare di un’occasione storica. Dico questo per tante ragioni: perché con esso si può mostrare in forma di teatro l’esempio prezioso e antico di un dibattito pubblico laico, pratica andata disgraziatamente perduta dalla fine del ‘900; perché si può calcolare con buona approssimazione l’inizio del rinnovamento di una certa problematica relativa ai linguaggi della comunicazione sociale collegata a quella della espressività teatrale; perché si registra la testimonianza epocale della irrinunciabilità del teatro nella società; perché si riafferma lo spettacolo teatrale, che sempre si produce attraverso un complesso e laborioso sistema di analisi, di studi, di princìpi, di regole, di esperimenti insomma di teorie da un lato e di faticose e lunghe pratiche applicate dall’altro, quale fatto semplicemente e immancabilmente gioioso, anche nel pieno del tormento, anche quando fuori
dai teatri ci si trovi a convivere, malgrado o no, con le catastrofi; infine perché rappresenta una svolta culturale in quanto è la scena a riflettere su di sé e non lascia ad altri il compito di farlo, dato che, nei veri momenti di svolta, niente e nessuno può parlare a nome di altri o in altra forma.
Succede allora che un testo pochissimo rappresentato sulle scene contemporanee, si riproponga quale moderno classico contemporaneo all’attenzione di teatranti e di spettatori e felicemente ne unisca le sorti: tanto più il teatro infonde negli attori nuova linfa vitale quanto più la società riesce a trarre dal teatro alimento ricostituente.
Il fatto è che a noi teatranti non basta che il teatro esista in quanto tale e in quanto tale rappresenti o dialoghi con altre realtà. Occorre che, oltre a mantenere intatta la sua indole evocatrice e premonitrice, esso costringa continuamente ognuno di noi, attori, drammaturghi, registi, artisti figurativi e coreutici a misurarci con la novità, a non interrompere mai la ricerca, lo studio, l’approfondimento dei contenuti e delle forme, senza dimenticare che poi bisognerà sapere come verificare gli esiti, preservare i risultati acquisiti e tracciare i futuri destini della nostra stessa esistenza.
Potrei elencare decine di ragioni per le quali l’indagine artistica e pedagogica, mi ha spinto a suggerire un’intonazione, a tracciare movimenti, a istigare gesti, a pensare a una certa luce, a condividere un’idea dello spazio scenico, dei tanti costumi, delle immagini astratte in quanto estirpate dunque estratte da altri confini e contorni a supporto di quelli della scena teatrale; potrei affermare senza alcun dubbio di credere ancora e sempre di più nella forza ancestrale delle maschere della commedia dell’arte, a credere che il fatto “comico” abbia bisogno della risata sonora del pubblico in sala e di quella silenziosa degli attori in scena, tuttavia, alla fine, so che ciò che conta veramente è quanto il pubblico capirà senza che io debba difendere per ogni tratto di strada i tanti passi allineati, le tante soste accumulate e i perché di quello o i perché di questo…..
Indico la mappa, poi però, come mi ha insegnato un grande maestro come Leo De Berardinis, la sfida del teatro nasce nel percorso, laddove l’incognita arricchisce il discorso, laddove senza alcuna spavalderia o arroganza si affronta il testo e se ne svela il contenuto. L’attore che sulla scena sembra imporre, in realtà propone.
Prendiamo atto che Goldoni, ne “Il teatro comico”, alla fine, diviene egli stesso un luogo e un tempo, al punto che la sua sostanza umana si rende essa stessa unità aristotelica, quella che l’antico filosofo ci chiede di rispettare qualora volessimo rinchiudere in pochi tratti il racconto essenziale delle nostre e delle altre vite legandole eternamente tra loro col filo solido e trasparente dell’invenzione poetica.
La cosa che va considerata profondamente in Goldoni è la testimonianza di quanto lui e la sua Venezia rappresentino la stessa entità. E tuttavia egli, vittima delle derisione di tanti suoi concittadini della sua epoca, avvezzi al potere e dediti a sfruttarne la parte meschina, sceglie di risponde alla derisorio col comico, all’umiliazione con l’ironia, alla meschinità con il genio ludico.
Il “comico” diviene necessario non nel teatro di Plauto, non nelle corti medievali dove prolificano i giullari bensì agli albori della trasformazione borghese della società. Come l’ Arlecchino bergamasco, catapultato suo malgrado nella laguna veneziana attraverso il battesimo dell’acqua, smarrito dal nuovo mondo e abbandonato quello vecchio, che non può fare altro che dichiarare arditamente “Audace fortuna juvant…con quel che segue”.
Chiudo con le stesse parole che il Goldoni, del nostro “Teatro comico” rivolge alla platea chiudendo la giornata di prove della sua compagnia: “Oso pensare signori miei che, in futuro, qualsiasi sorte toccherà a questa nostra meravigliosa Venezia, a questa straordinaria nazione italiana, anche di fronte alla più terribile delle catastrofi, entrambe non vorranno mai rinunciare al teatro, a comprenderne la necessità per coloro che lo animano ma anche per coloro che ne fruiscono, per rinnovare l’occasione che ogni artista ha di procurare ristoro allo spirito degli uomini se mai questi dovessero smarrirlo e a propria volta smarrirsi.
E se è pur vero che sinora il teatro ha per lo più comparato se stesso con il mondo, non vi è dimostrazione migliore delle peripezie affrontate in questa nostra giornata di lavoro, simile a quella di tante persone che vivono in questo nostro tempo, per poter dire con certezza a noi stessi e ai nostri pregiatissimi uditori che non vi è più bisogno di comparazione, non vi è più necessità di somiglianza, e non vi è più finzione che non sia essa stessa verità, poiché il nostro teatro non solo si pregia di mettere sulla scena il mondo, il nostro teatro, signori, è, il mondo.” (Eugenio Allegri)
Giulio Scarpati
Sale sul palco a soli 12 anni e il teatro rimarrà una costante della sua vita professionale. Lavora tra gli altri con registi come Aldo Trionfo, Antoine Vitez, Gianfranco De Bosio, Ermanno Olmi, Elio De Capitani, Massimo Castri, Maurizio Scaparro, Gigi Dall’Aglio, Pietro Garinei, Alessandro Gasmann, Nora Venturini, passando dai classici al teatro contemporaneo e anche alla commedia musicale con “Aggiungi un posto a tavola”. Ci piace ricordare “Orfani” con Sergio Fantoni, “L’idiota” di Dostoiewskij, “Oscura immensità“ testo di M. Carlotto e i più recenti ”Una giornata particolare” tratto dal film di Ettore Scola e l’ultimo spettacolo “Il Misantropo” 2019. Anche il cinema lo vede protagonista nel 1989 in “Roma, Paris, Barcellona” con cui vince il Premio “Sacher” come Miglior Attore. Nel 1994 con “Il giudice ragazzino” ottiene il Premio “Efebo d’oro” e il Premio “David di Donatello” come Miglior Attore Protagonista. Ricordiamo tra gli altri “Pasolini un delitto italiano” con la regia Marco Tullio Giordana, ”Chiedi la luna“ di Giuseppe Piccioni e “Mario, Maria e Mario” di Ettore Scola.
In televisione lo ricordiamo in “Resurrezione” dei fratelli Taviani, “Cuore” regia Maurizio Zaccaro, “L’ultima pallottola” di Michele Soavi, “L’uomo della carità – Don Luigi Di Liegro” regia di Alessandro Di Robilant, “Cugino e Cugino” di Vittorio Sindoni, “Fuoriclasse 2” con Luciana Littizzetto… e naturalmente lo ricordiamo protagonista di “Un medico in famiglia” nella fortunata serie.
Eugenio Allegri
Partecipa al suo primo stage di commedia dell’arte tenuto in Italia nel 1978 da Jacques Lecoq e si diploma nel 1979 alla Scuola di Teatro “Alessandra Galante Garrone” di Bologna. Come attore inizia l’attività professionistica con i “Dialoghi” di Ruzante diretto, in Italia, da Francesco Macedonio e Jacques Lecoq. Nel 1981 partecipa allo spettacolo del Teatro Stabile di Torino “L’opera dello Sghignazzo”, scritto e diretto da Dario Fo. Dal 1982 al 1984 entra a far parte del Tag Teatro di Venezia, la più importante compagnia italiana di Commedia dell’Arte, diretta da Carlo Boso: con la maschera di Arlecchino sarà in tournée per due anni in tutta Europa. Nel 1986 é chiamato da Leo De Berardinis per partecipare a molti dei suoi spettacoli, ultimo sarà “Ha da passà ‘a nuttata” dall’opera di Eduardo De Filippo, Premio UBU come miglior spettacolo italiano del 1990. Nel 1994 Alessandro Baricco scrive per Eugenio Allegri “Novecento”: lo spettacolo, diretto da Gabriele Vacis, diventerà in Italia un grande successo e da questo momento Allegri viene riconosciuto come uno dei più ammirati interpreti del teatro italiano contemporaneo, protagonista di innumerevoli ed importanti produzioni di prestigiosi teatri nazionali quali il Teatro Stabile di Genova, il Teatro dell’Archivolto, l’ERT Emilia Romagna Teatro e di straordinarie performances di solista sia di testi classici che contemporanei. Parallelamente all’attività di attore, Allegri sviluppa l’attività di drammaturgo e regista scrivendo e dirigendo tra il 1986 e il 1997 scenari di commedia dell’arte per alcune giovani compagnie italiane. Nel 1998 è regista del “Re cervo” di Carlo Gozzi, prodotto dal Teatro Stabile di Venezia e negli anni successivi mette in scena o interpreta testi di Molière, Beaumarchais, Bertold Brecht, Peter Weiss, Giovanni Testori e adattamenti da Primo Levi, Dino Buzzati, Umberto Eco e altri grandi scrittori italiani. Nell’ottobre 2017 debutta al Theatre de Renelaghe di Parigi “La parole du silence” di e con Elena Serra, di cui Allegri è regista.
Nel frattempo, l’8 giugno 2016, erano iniziate a Torino le prove di “Mistero Buffo” di Dario Fo, di cui Allegri è il regista e Matthias Martelli il giovane interprete, per la messa in scena del capolavoro del grande attore italiano premio Nobel nel 1997. “Mistero Buffo” ha debuttato con grande successo alle Fonderie Limone di Torino il 6 febbraio 2018, prodotto dal Teatro Stabile di Torino. Nel luglio del 2019 debutta in “Nati sotto contraria stella” scritto e diretto da Leo Muscato con il quale due anni prima aveva partecipato a “Il nome della rosa”. Nella sua carriera Allegri ha preso parte a film,
a trasmissioni e sceneggiati televisivi e ha collaborato con molti musicisti di fama nazionale ed internazionale. Dal 2015 è direttore del Teatro Fonderia Leopolda di Follonica, in Toscana.













